REFERENDUM: Perché votare NO? / 3 – La Pubblica accusa nel circuito politico?

• Il clima politico non è rassicurante su scala globale
con una progressiva deformazione
del sistema di pesi e contrappesi •
Il referendum sulla giustizia riguarda una questione cruciale: il rapporto tra potere, diritto e garanzie istituzionali in una democrazia d’impianto sociale e liberale.
Il clima politico non è rassicurante su scala globale.
Nel tempo caratterizzato da leadership muscolari e crescente insofferenza verso le prerogative delle agenzie di controllo, il rischio non è tanto la dittatura vecchio stampo quanto una progressiva deformazione del sistema di pesi e contrappesi.
Da tempo si parla di postdemocrazia, di un ordinamento in cui restano le forme ma si indeboliscono i punti cardine della democrazia. Le spinte verso la concentrazione del potere spesso arrivano come risposte di efficienza e concretezza rispetto a problemi di sicurezza.
Pubblico ministero collegato al potere politico?
Negli Stati Uniti si dipana passo dopo passo una nuova concezione del ruolo presidenziale che, come un rullo compressore, prova a travolgere tutti i contrappesi e i controlli di legalità, fino all’arresto di una magistrata che si opponeva alla deportazione illegale di un immigrato.
Le riforme giudiziarie in Ungheria e in Israele hanno lo stesso segno.
Abbassare la soglia di attenzione sugli equilibri costituzionali in Italia sarebbe un errore grave.
Quando la giustizia è più direttamente collegata al potere politico, il confine si fa sottile.
Io non voglio una giustizia sotto il governo.
Non voglio che il pubblico ministero o gli organi di autogoverno possano essere percepiti come condizionati dall’esecutivo di turno.
Basta che la catena di comando esista e sia percepita
Che cosa accade quando la pubblica accusa, direttamente o indirettamente, diventa più agganciata al circuito politico?
Guardiamo oltre Atlantico: negli Stati Uniti d’America la funzione dell’accusa federale è incardinata nell’alveo dell’esecutivo. Non significa che quella democrazia sia “meno democratica” per definizione; significa però che lì il tema della politicizzazione della giustizia torna ciclicamente, perché la struttura stessa rende fisiologica una tensione: chi decide priorità, indirizzi, nomine? Quanto pesa il cambio di amministrazione? Quanto può diventare “politica” la selezione dei bersagli e delle urgenze?
In altre parole: non è necessario che qualcuno ordini esplicitamente; spesso basta che la catena di comando esista e sia percepita.
L’esperienza della Francia
L’esperienza comparata dimostra inoltre che, laddove la separazione delle carriere è stata realizzata – come in Francia – i pubblici ministeri sono stati sottoposti a forme di indirizzo e controllo da parte del potere esecutivo, con un conseguente indebolimento della loro autonomia e indipendenza. In Francia, infatti, i pubblici ministeri sono soggetti a direttive del Ministro della Giustizia e non godono dell’inamovibilità.
È dunque legittimo temere che anche in Italia la separazione delle carriere possa aprire la strada a una progressiva subordinazione del pubblico ministero all’esecutivo.
La nostra Costituzione, dopo un ampio dibattito in Assemblea costituente, scelse un equilibrio che garantisse autonomia e indipendenza. Non fu una decisione casuale.
Lunedì, 16 febbraio 2026
Il testo
La serie di schede Referendum: perché votare NO è realizzata riportando relazioni, articoli e interviste diGiovanni Bachelet, Renato Balduzzi, Ettore Bonalberti, Ugo De Siervo, Alessio Ditta, Lucio D’Ubaldo, Marco Frittella, Agostino Giovagnoli, Clemente Mastella, Angelo Palmieri, Giulio Prosperetti. I testi integrali di questi autori sono pubblicati da Il Domani d’Italia, quotidiano online.
Le schede su Referendum: perché votare NO
1 – Non risolve i veri problemi della Giustizia
2 – Più che una riforma, appare una rivincita
4 – Con il sorteggio Magistratura senza rappresentanza
5 – In difesa dell’equilibrio scritto in Costituzione
6 – È una iniziativa del Governo, “senza” il Parlamento
In copertina
Nella vignetta di Bill Bramhall, ripresa dalla pagina di Alessandro Maran, la Statua della Libertà è scesa dal suo piedestallo a Liberty Island, nel porto di New York, ed ha lasciato un cartello : “Torno tra un po’ – Vado a una protesta Niente Re”.