Poteri che si controllano a vicenda: è la Democrazia

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REFERENDUM: Perché votare NO? / 5 – In difesa dell’equilibrio scritto in Costituzione  

Non si tratta di invadenza, ma di un equilibrio delicato, essenziale per la democrazia e lo Stato di diritto  

Con il referendum del 22–23 marzo 2026 non si vota soltanto sulla separazione delle carriere dei magistrati: si decide su un’idea di democrazia, cioè sulla capacità del potere giudiziario di restare contrappeso reale, invece di diventare più permeabile alla contingenza politica.

Quando un potere è davvero tale, quando è realmente autonomo, ha inevitabilmente un’interlocuzione forte con gli altri poteri dello Stato. Non si tratta di invadenza, ma di un equilibrio delicato, essenziale per la democrazia e lo Stato di diritto. Cancellarlo in nome di una separazione che c’è già è davvero inaccettabile.

Sproporzionato il peso dei “laici” scelti dalla politica

L’autonomia giudiziaria è un presidio: impedisce che l’azione dell’esecutivo scavalchi i limiti, soprattutto quando la pressione politica cresce e il controllo di legittimità viene dipinto come ostacolo.

Il centrodestra sostiene che l’autonomia della magistratura non verrebbe toccata.

Formalmente forse no, ma nei fatti il rischio c’è.

E io non voglio una magistratura sotto il governo, né direttamente né indirettamente.

Con due Csm distinti, ciascuno difenderebbe la propria categoria. Inoltre, i membri laici, scelti dal Parlamento, avrebbero un peso decisivo. È inevitabile che, aumentando il peso dei laici, cresca l’influenza del potere politico.

Ancora, la differenza tra il cosiddetto “sorteggio temperato” previsto per accademici e avvocati e il sorteggio puro riservato ai magistrati crea una grave asimmetria di legittimazione.

Questa impostazione rischia di indebolire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, compromettendo il principio stesso dell’autogoverno.

L’Alta Corte disciplinare e la compressione delle garanzie

Un ulteriore elemento critico della riforma è l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, competente sia in primo sia in secondo grado per i procedimenti disciplinari riguardanti giudici e pubblici ministeri.

Dopo aver separato le carriere e previsto due distinti Csm, la scelta di un unico giudice disciplinare appare contraddittoria e rivela la reale finalità della riforma: ricondurre sotto un unico controllo l’intera magistratura.

A ciò si aggiunge l’anomalia di un giudice di secondo grado che appartiene allo stesso organo che ha giudicato in primo grado.

Ancora più grave è l’esclusione del ricorso per Cassazione contro le decisioni disciplinari dell’Alta Corte, con una significativa riduzione delle garanzie oggi riconosciute ai magistrati.i elettorali, ancor meno con il sorteggio.

Separazione delle carriere: il falso bersaglio

La frammentazione del CSM e l’istituzione di nuovi assetti disciplinari producono un indebolimento dell’autonomia della magistratura.

Il messaggio che sembra emergere è che i magistrati siedano in questi organismi come individui isolati, non come espressione di un corpo istituzionale.

Se questa lettura è fondata, essa entra in tensione con l’impianto costituzionale, che non è costruito sull’individuo solo, ma sull’equilibrio tra persona e istituzioni, tra singolo e comunità.

In un contesto internazionale segnato dalla crescente prevalenza del potere esecutivo sugli altri poteri, ciò comporta un rischio evidente. Magistrati più deboli significa giudici meno indipendenti, e giudici meno indipendenti significano minori garanzie per i cittadini.

Il punto, allora, non è la mitologia del “giudice amico del PM”. Il cuore della partita è la riscrittura dell’autogoverno.

Qui non si “separa” soltanto: si ridisegna la leva di comando. Due Consigli, e la disciplina spostata fuori dall’autogoverno, in un’Alta Corte disciplinare. Non è tecnica: è un cambio di baricentro nei contrappesi.

Chi sarà più protetto domani?

A questo proposito è utile ricordare quanto Giovanni Leone scrive nella sua relazione all’Assemblea Costituente. Egli afferma con chiarezza: “I giudici sono indipendenti e non sono soggetti che alla legge”. Una frase che potrebbe ridursi a una vaga affermazione se non fosse accompagnata – osserva Leone – da “un’organizzazione del potere giudiziario capace di garantire tale indipendenza dagli altri poteri e dallo stesso fluttuare degli eventi politici”.

È qui che torna la domanda che dobbiamo avere il coraggio di porre, senza perifrasi: davvero la cura delle degenerazioni – correntismo, carrierismi, opacità – passa dal rendere più porosa la frontiera con la politica? Davvero si combattono distorsioni interne indebolendo gli anticorpi costituzionali?

Qui non si tratta di difendere “le toghe”. Si tratta di difendere l’equilibrio pensato dalla Costituente: poteri che si controllano a vicenda, legalità come limite necessario dell’azione di governo. Se quel limite diventa comprimibile, la domanda non è chi vince, ma chi sarà più protetto domani.

Lunedì, 16 febbraio 2026

Il testo

La serie di schede Referendum: perché votare NO è realizzata riportando relazioni, articoli e interviste diGiovanni Bachelet, Renato Balduzzi, Ettore Bonalberti, Ugo De Siervo, Alessio Ditta, Lucio D’Ubaldo, Marco Frittella, Agostino Giovagnoli, Clemente Mastella, Angelo Palmieri, Giulio Prosperetti. I testi integrali di questi autori sono pubblicati da Il Domani d’Italia, quotidiano online.

Le schede su Referendum: perché votare NO

1 – Non risolve i veri problemi della Giustizia 

2 – Più che una riforma, appare una rivincita 

3 – La Pubblica accusa nel circuito politico? 

4 – Con il sorteggio Magistratura senza rappresentanza 

6 – È una iniziativa del Governo, “senza” il Parlamento 

In copertina

Infografica del Partito Democratico.

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