Le Big Tech Usa vogliono avere un proprio Stato?

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È apparsa subito evidente l’inconsistenza
delle “ragioni” proclamate da Donald Trump
per avere la Groenlandia

A nome di chi l’Amministrazione statunitense
si sta impegnando
per prendere la più grande isola del mondo?

Una delegazione di senatori degli Stati Uniti è stata in visita lunedì 9 febbraio in Groenlandia per “ricostruire quella fiducia” infranta dalle minacce del presidente Donald Trump di annettere l’isola artica. “In poche frasi e parole, la fiducia che si era costruita dalla seconda guerra mondiale è stata erosa e degradata”, ha affermato la senatrice repubblicana Lisa Murkowski durante una conferenza stampa nella capitale Nuuk, aggiungendo: “Dobbiamo lavorare per ricostruire quella fiducia”.

Non si è rotta solo la fiducia tra Groenlandia e Stati Uniti; tra Danimarca e Usa.

Chi vuol essere difeso deve essere “americano”

Si è rotta l’Alleanza Atlantica. Per ora questa frattura è ingessata, ma non sarà comunque ricomposta. L’Occidente ne porterà i segni.

Si è rotta la cultura politica della collaborazione tra democrazie. C’è una frase beffarda di Donald Trum che la rende evidente: “Tant’è che quando abbiamo chiesto di avere la Groenlandia, ci hanno detto di no (…) Ma se non ne siamo proprietari, come potremmo difenderla”.

Non esistono alleanze, né impegni internazionali. Gli Usa difendono solamente ciò che è loro. Chi vuol essere difeso deve essere “americano”, cioè proprietà degli americani: territori, persone.

“Sono stato lieto che il presidente a Davos abbia escluso l’uso della forza militare e che ora abbiamo avviato una discussione tripartita sulla situazione della sicurezza in Groenlandia e su ulteriori partnership con questo paese dal potenziale enorme e con un popolo resiliente e magnifico. Ecco il contesto del nostro viaggio”, ha aggiunto il senatore indipendente Angus King, nel corso della visita dei parlamentari Usa a Nuuk.

La sicurezza non è però un problema. Sull’isola le basi militari statunitensi sono numerose; i danesi sono presenti; la Nato ha rafforzato la propria attività.

Perché gli imprenditori Usa non sono già in Groenlandia?

Non è un problema neppure l’economia. Sul Corriere della sera del 6 febbraio si può leggere un’intervista in cui Samuele Finetti chiede a Mary Thompson-Jones, ex diplomatica esperta di Artico (è anche l’autrice de La legge del Nord), perché gli imprenditori Usa non sono già in Groenlandia.

“Perché gli imprenditori – risponde Mary Thompson-Jones – vanno dove ritengono abbia senso, economicamente e finanziariamente, andare. Nessuno impedisce loro di utilizzare l’isola. Anzi, il governo groenlandese ha dichiarato che è aperto agli affari. Vorrebbero vedere gli imprenditori arrivare. (…) Penso che gli imprenditori non ci siano perché, per ragioni molto diverse, la Groenlandia non è un Paese in cui investire. (…) Si tratta delle difficoltà di estrarre minerali sotto una spessa lastra di ghiaccio, delle condizioni climatiche, della mancanza di infrastrutture”.

Quindi non resta che l’origine “proprietaria” delle politiche internazionali della Casa Bianca.

Del resto, l’inconsistenza delle “ragioni” per prendere la Groenlandia via via proclamate da Donald Trump è stata evidenziata sia dai governi della Nato, sia dagli esperti internazionali.

I “mandanti” delle attuali politiche internazionali degli Stati Uniti

Quello che si può ulteriormente approfondire è a nome di chi Trump si sta impegnando per prendere la più grande isola del mondo.

Uno studio sui “mandanti” delle attuali politiche internazionali degli Stati Uniti potrebbe riguardare anche altri capitoli: la Russia, ad esempio.

Il punto di partenza potrebbe essere la nomina di Elon Musk a proprio braccio destro da parte di Trump all’inizio del secondo mandato. La nomina era stata evidentemente pretesa da Musk con la finalità di mostrare dove stava il potere e come i capitalisti di ventura sanno esercitarlo. Era un po’ troppo e quindi la parte pubblica dell’esercizio del potere di questo gruppo è stata sospesa. Continua l’esercizio “riservato” di questo potere e solo apparentemente privato: apparentemente perché tocca, ad esempio, i mezzi di informazione e politiche di sicurezza satellitari.

Il giurista Maurizio Delli Santi, esperto di diritto internazionale e membro della International Law Association, rimanda a questi capitalisti di ventura anche per capire le pretese degli Stati Uniti sulla Groenlandia. Non si tratta di obiettivi economici, ma di obiettivi politici, in qualche modo “istituzionali”, spiega in un articolo sul quotidiano Avvenire del 20 gennaio 2026.

Città fondate su una deregolamentazione spinta

Il giurista Delli Santi si rifà alla prospettiva introdotta dall’analistasvedese Anna Wieslander, direttrice per il Nord Europa dell’Atlantic Council. “Sulla Groenlandia – scrive – si starebbe delineando anche un progetto organico delle Big Tech. (…) Non mirano semplicemente a finanziare l’innovazione nell’isola, ma anche a orientarvi forme sociali, istituzionali e politiche: l’idea centrale è quella di promuovere in Groenlandia la nascita di freedom cities, città libere pensate come enclave iper-tecnologiche sottratte ai regimi normativi ordinari, fondate su una deregolamentazione spinta in materia fiscale, ambientale, del lavoro e della responsabilità pubblica: spazi finalmente liberi dai vincoli imposti anche da strumenti europei come il Digital Markets Act e il Digital Services Act, percepiti come ostacoli a questa visione di dominio tecnologico senza regole”.

“L’Unione Europea è un nemico”

In effetti, il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha riporta in primo piano un conflitto che Bruxelles conosce bene: la guerra politica e retorica contro la regolazione europea del digitale. Non è un dissenso tecnico, non è una divergenza diplomatica: è uno scontro ideologico, economico e simbolico. E Trump non ha mai fatto nulla per mascherarlo.

Trump ha più volte definito l’Unione Europea con parole che nessun presidente americano aveva mai usato: The European Union is a foe (“L’Unione Europea è un nemico”). È una linea politica.

Quando Bruxelles ha inflitto sanzioni antitrust a Google, Apple e Amazon, Trump ha reagito con toni sprezzanti: They’re taking advantage of us (“Si stanno approfittando di noi”). E ancora: It’s very unfair what the EU is doing to our companies (“È molto ingiusto ciò che l’UE sta facendo alle nostre aziende”). Per il governo americano la Commissione Europea non applica il diritto della concorrenza: “Attacca l’America”.

Un modello già discusso negli ambienti della Silicon Valley

INel suo articolo per Avvenire Maurizio Dello Santi avverte che “queste freedom cities non sono un’utopia astratta, ma un modello già discusso negli ambienti della Silicon Valley”.

E li descrive così: “Territori speciali destinati allo sviluppo di intelligenza artificiale avanzata, data center su scala continentale, infrastrutture cloud, sistemi di sorveglianza algoritmica, veicoli autonomi, reattori nucleari modulari di piccola scala e programmi aerospaziali privati. La Groenlandia, con il suo clima favorevole al raffreddamento naturale dei server, la sua bassa densità abitativa, la relativa fragilità delle tutele giuridiche locali e la sua posizione strategica tra America ed Europa, diventa il candidato ideale per trasformare l’innovazione in potere senza mediazioni”.

L’espropriazione funzionale dei territori

Certamente Mary Thompson-Jones ha competenza per dire nell’intervista a Samuele Finetti per il Corriere della Sera che“non c’è un’ondata di americani che gridano: Prendiamo la Groenlandia. Anzi, è proprio il contrario. Credo che la maggior parte degli americani concorderebbe sul fatto che i groenlandesi meritino e abbiano il diritto di determinare il proprio futuro”. E cita i sondaggi che dicono che circa il 78 per cento degli americani la pensa in questo modo.

In questo momento, tuttavia, i capitalisti di ventura sono al governo tramite Trump e il rischio che il possesso della Groenlandia non sia una spacconata trumpiana, ma una loro esigenza è molto alto.

È un rischio che interessa anche gli europei e più in generale le democrazie? Maurizio Delli Santi non lo esclude. Definisce infatti la Groenlandia un “precedente pericoloso”. “Il territorio – scrive – viene trasformato in laboratorio permanente, senza che nessuno risponda degli effetti ambientali irreversibili, delle disuguaglianze sociali prodotte, e della perdita di autodeterminazione delle popolazioni coinvolte. La Groenlandia rischia di diventare terra di nessuno, un precedente pericoloso. (…)  La Groenlandia diventa così il simbolo di un nuovo colonialismo, non necessariamente fondato sulla conquista militare, ma sull’espropriazione funzionale dei territori.

Domenica, 15 febbraio 2026

In copertina

La vignetta è del cartoonist algerino Djamal Lounis. Ripresa dalla pagina di Alessandro Maran.

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