Dilaga il potere della paura

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Poche persone con le loro minacce e le successive
rassicurazioni acquistano sempre più potere;
la stragrande maggioranza
delle persone – rassegnata – cerca protezione

Strumenti dell’impaurimento collettivo sono
certamente i conflitti armati;
ancora più inquietante a livello globale
è la militarizzazione dei rapporti economici

La guerra non sorprende più. Tronfiamente proclamata o tragicamente combattuta, ne può scoppiare una ogni giorno. Più che a prevenirla, l’impegno prevalente è a sostenerla.

“La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando. È stato infranto il principio, stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui. Non si ricerca più la pace in quanto dono e bene desiderabile in sé (…), ma la si ricerca mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio”. Papa Leone lo ha constatato all’inizio di gennaio davanti agli ambasciatori di tutto il mondo presso la Santa Sede.

La guerra come strumento legale

L’umanità sta rientrando nel suo vecchio mondo.

È il mondo nel quale “per secoli, prima della Prima Guerra mondiale, la guerra è stata uno strumento legalmente riconosciuto con il quale gli Stati risolvevano le proprie controversie. Lo scoppio di un conflitto non costituiva una rottura dell’ordine internazionale: era l’ordine stesso”. Lo ha descritto così sei mesi fa Foreign Affairs, rivista statunitense fra le più autorevoli nel campo delle relazioni internazionali.

L’uscita da quel mondo è stata lenta; il rientro è veloce; può diventare inarrestabile. Sono passati meno di 25 anni dalla fine della tragedia della ex Jugoslavia, dove la guerra è stata usata come strumento politico.e da Donald Trump è stata evidenziata sia dai governi della Nato, sia dagli esperti internazionali.

Il ritorno all’età della forza

È il mondo nel quale avevano patito milioni di persone vissute nell’età della forza, come l’aveva definita Giorgio La Pira, protagonista della vita del Novecento in Italia e nelle relazioni internazionali. Il cardinale Matteo Zuppi ha citato la sua definizione al Consiglio episcopale permanente di fine gennaio.

Come Padre costituente e come sindaco di Firenze La Pira (Pozzallo 1904-Firenze 1977) è uno dei costruttori del mondo nuovo, dopo la tragedia globale della Seconda Guerra Mondiale, instancabile fautore di un dialogo di pace fra Est e Ovest, fra Nord e Sud del pianeta. È il mondo nuovo delle Nazioni Unite, del Giappone e della Germania trasformate da potenze aggressive in democrazie pacifiche, dell’Unione Europea, della guerra mantenuta “fredda”, della partecipazione alla vita globale di miliardi di cinesi e di indiani affrancati dal Terzo Mondo con i trattati sul commercio.

È il mondo che pareva destinato a diventare, dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989, il nostro unico mondo.

Nel vecchio mondo delle paure

Quel mondo non è mai stato (vi si sono patiti anche genocidi, oltre a guerre, vessazioni, ricatti) la Terra Promessa; è stato però la terra delle promesse e quindi la terra delle speranze. E proprio perché queste non perdessero definitivamente forza, con il Giubileo appena concluso Papa Francesco aveva avvertito l’urgenza planetaria di chiamare a raccolta la Chiesa attorno alla speranza.

Il vecchio mondo, il mondo di sempre al quale siamo tornati, è – invece, come sempre – la terra della paura. Poche persone la generano e – con le loro minacce e le successive rassicurazioni – acquistano sempre più potere. La stragrande maggioranza delle persone subisce la paura e – rassegnata – cerca protezione.

Un decennio turbolento o tempestoso

Di “un’incertezza profonda, che suscita un senso di instabilità (…) per tutti, perché costituisce un clima percepito anche da chi è distratto o inconsapevole” ha parlato il cardinale Zuppi al Consiglio della Cei di gennaio, proprio mentre a Davos, in Svizzera, veniva presentato il Global Risks Report 2026.

Questa indagine certifica che c’è un’inquietudine globale di fronte al “nuovo ordine competitivo mondiale” che sta prendendo forma. Il 57 per cento degli intervistati si aspetta “un mondo turbolento o tempestoso” per tutto il prossimo decennio. Più a breve termine, metà del campione “prevede un mondo turbolento o tempestoso nei prossimi due anni. Un altro 40 per cento si aspetta due anni quantomeno instabili. Solo il 9 per cento vede stabilità e l’1 per cento calma”.

Le origini (e gli strumenti) dell’impaurimento collettivo sono certamente i conflitti armati, mantenuti attivi e mai conclusi, anche dopo “entusiastiche” dichiarazioni di pace (come sta succedendo nella Striscia di Gaza e in tutta la Palestina). Ancora più inquietante per la vastità delle persone coinvolte a livello globale è la militarizzazione dei rapporti economici: dazi, regole sugli investimenti, sanzioni, approvvigionamento di materie prime sono usati come armi per danneggiare altri Stati non solo politicamente, ma nella spesa quotidiana dei cittadini, in modo da diffondere inquietudine nelle opinioni pubbliche.

Domenica, 8 febbraio 2026

In copertina

“Datemi un po’ di medaglie o vi metto un po’ di dazi”, dice il presidente Usa Donald Trump nella vignetta dell’8 febbraio 2026 dal titolo “Trump ama le medaglie”, con la quale il fumettista canadese Ygreck commenta le Olimpiadi invernali Milano-Cortina.

Ygreck, pseudonimo di Yannick Lemay, è un noto caricaturista canadese che lavora per Québecor, un’importante azienda mediatica del Québec. Le sue opere sono pubblicate su  e Le Journal de Montréal.

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In time of ancient gods, warlords and kings, a land in turmoil cried out for a hero. She was Xena, a mighty princess forged in the heat of battle. The power. The passion.