• Ad un mese dalla morte, le guerre in corso
evidenziano la contemporaneità
delle visioni di questa donna padovana •

• La dimensione politica dell’esperienza ecclesiale
era ritenuta necessaria
sia alle istituzioni repubblicane sia alla Chiesa •
DIARIO DI COMUNITÀ / Martedì 14 aprile 2026
Proprio nei giorni del trigesimo della sua morte (Ponte San Nicolò, 14 marzo 2026) è istruttiva un’analisi politica di Amelia Casadei.
Trovo una singolare analogia tra il nostro tempo e i secoli delle invasioni barbariche. Allora, dal 5° all’8° secolo, furono alcuni pontefici (chiamati per questo Magni) e alcuni monaci a occuparsene, lasciati soli a gestire in Occidente la pressione dei nuovi popoli: accettarono di proporre e condividere un cristianesimo più povero e “barbaro”, capace di cogliere il nuovo, mentre l’Impero Romano d’Oriente rimaneva arroccato nella vecchia politica della difesa dei propri confini.
Che tocchi di nuovo ai pontefici in questo inizio di millennio (da Giovanni Paolo II a Leone XIV, legati dalla profezia di Papa Francesco) gestire la pressione di chi è tornato ad usare la guerra per fermare le novità della Terra? Le offese del presidente degli Usa a Papa Leone lo fanno temere.
Incominciando dal consiglio comunale
Amelia Casadei è stata parlamentare della Repubblica tra il 1976 e il 1979; poi è stata consigliera regionale del Veneto e componente dell’Ufficio di presidenza nella quarta legislatura (1985-90); classe 1930 (Cesena, 1 febbraio), l’on. Casadei era la “decana” tra le consigliere regionali venete.
È deceduta all’età di 96 a Ponte San Nicolò, il comune della Grande Padova, dove aveva fatto la sua prima esperienza politica come consigliera comunale.
Certamente figura della politica padovana e veneta nella seconda metà del Novecento, Amelia Casadei non è stata “solo” una politica. Ha saputo vivere tra istituzioni, associazionismo cattolico e impegno sociale senza soluzione di continuità. Non è stata una protagonista “di prima fila”; una cerniera, piuttosto, tra livelli diversi della vita comunitaria.
Gli anni in il Concilio si traduceva nel territorio e si espandeva
Laicamente, come sapevano vivere la gran parte di coloro che come lei militavano nella Democrazia Cristiana, esprimeva il suo impegno politico come parte dell’impegno ecclesiale.
L’analisi che ho citata è tratta da una sua intervista del 2022 al settimanale della Chiesa padovana La Difesa del Popolo, che ha ripreso quell’intervista proprio dando la notizia della sua scomparsa un mese fa.
Nella redazione del settimanale in via Dietro Duomo Amelia Casadei passava spesso ad incontrare e a confrontarsi con il direttore mons. Alfredo Contran. Erano gli anni in cui il Concilio si traduceva nel territorio e si espandeva. La dimensione politica dell’esperienza ecclesiale era ritenuta necessaria sia alle istituzioni repubblicane sia alla Chiesa.
Un cattolicesimo non clericale, ma profondamente civico
La Democrazia Cristiana padovana seppe essere canale e strumento di questo impegno. Nelle stesse elezioni politiche del 1976 assieme ad Amelia Casadei che era dirigente dell’Azione Cattolica diocesana fu eletto alla Camera Beniamino Brocca, dirigente delle Acli; al Senato fu eletto Piero Schiano, che nel 1968 era stato scelto come primo presidente unitario dell’Azione cattolica e che continuava in quel servizio anche nel 1976.
È un cattolicesimo non clericale, ma profondamente civico, che ha in Benigno Zaccagnini e Aldo Moro non solo capi di partito, ma riferimenti valoriali. È il cattolicesimo di Papa Paolo VI, con il quale anche Amelia Casadei si troverà a vivere proprio negli anni della sua legislatura la straziante prigionia e la dirompente uccisione di Aldo Moro.
Esperienze e “lezioni” del cattolicesimo padovano
Proprio l’alternarsi di impegni comunitari per Amelia Casadei conferma l’unicità del suo impegno ecclesiale.
Concluso il mandato parlamentare, all’inizio degli anni Ottanta è la prima donna ad essere nominata segretario nazionale dell’Azione Cattolica italiana nel triennio 1980-1983, durante la presidenza di Alberto Monticone.
Dopo la conclusione del successivo incarico nella Regione Veneto la troviamo impegnata negli anni Novanta come vicepresidente del Cif padovano, presidente dell’Irpea (la Fondazione che riunisce le Ipab padovane per l’educazione e l’assistenza di ispirazione cattolica), consigliere di amministrazione dell’Opera Magnificat, conosciuta come Casa Mamma Romana, di Padova.
In Parlamento prima e nel Consiglio regionale del Veneto poi Amelia Casadei porta esperienze e “lezioni” del cattolicesimo padovano.
Nella Commissione Lavoro e Previdenza sociale della Camera, esprime la sensibilità maturata in particolare a Padova, con l’attenzione della diocesi ai lavoratori, alle famiglie, ai servizi sociali.
Nell’attività di consigliere regionale contribuisce a numerose leggi in materia di assistenza, asili nido, lavoro femminile e formazione professionale.
La legge veneta per una cultura di pace
In quell’impegno istituzionale in Veneto troviamo un’altra preveggente alternativa alla nostra attualità di guerre e di sopraffazioni; segno della sua capacità di essere contemporanea con l’umanità prima ancora che con la politica.
Amelia Casadei è la promotrice della legge regionale 18/1988, intitolata “Interventi regionali per la promozione di una cultura di pace”, che quasi quarant’anni fa ha reso il Veneto la prima regione in Italia a riconoscere la pace come diritto umano fondamentale. La norma del 1988 è stata la prima a livello nazionale nel promuovere la cultura della pace, i diritti umani e la cooperazione internazionale decentrata.
La regione Veneto ha continuato a tener vivo quell’impegno che si è poi evoluto e consolidato nella legge “Veneto terra di pace”; legge che rimanda ad un altro cattolico democratico padovano: Claudio Sinigaglia.
In copertina
L’onorevole Amelia Casadei: abbiamo scelto una sua foto in bianco e nero, che meglio la contestualizza non solo nella sua stagione politica, ma anche nel suo stile di sobrietà..