Non saranno gli eserciti nazionali a fare la Difesa europea

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In un settore decisivo per il “potere” dell’Unione
come è la Difesa, gli Stati europei
non agiscono neppure da confederati

Il governo dei conflitti è più sicuro di ogni riarmo:
la lezione di Alcide De Gasperi
con la proposta della Comunità europea di Difesa

Badia Polesine (Rovigo), 12 febbraio 2026

Caro Bedin, dai dati dell’Eurobarometro che hai riportati nella tua Cartolina si ricava un diffuso bisogno di “unione” tra gli europei.

Hai anche riportato una frase di Mario Draghi sulla necessità che l’Unione Europea sia una “potenza”.

Come queste due esigenze, che condivido, stanno insieme?

La risposta prevalente che gli Stati europei stanno dando sia a livello nazionale sia a livello di Unione è: riarmo. Le istituzioni europee, a cominciare dalla Commissione, si sono fatte interpreti delle sollecitazioni nazionali e hanno dato loro il necessario apporto comunitario a questa risposta: via i vincoli ai bilanci statali.

Senza limitazioni all’indebitamento

Non si fa, infatti, un passo verso la difesa europea, con il necessario e preventivo rafforzamento della politica estera comune. Non c’è neppure un coordinamento delle spese militari decise dai singoli Stati, in modo che – pur nella logica rischiosa di un’economia di guerra – non ci siano doppioni a buchi.

Ogni singolo Stato membro ha la possibilità di armarsi in proprio. Ciascuno compra sistemi di difesa e di attacco, munizioni e software bellico; ciascuno spende per organizzare il proprio esercito.

Per queste spese sono state tolte le rigide regole di bilancio, su cui l’Unione Europea ha competenza: ogni Stato membro può ricorrere a fondi europei e può indebitarsi per la Difesa senza incorrere in infrazioni comunitarie, come succede se vuole indebitarsi per l’Istruzione o per la Sanità.

E quando ogni Stato si sarà riarmato?

Così, mentre Mario Draghi insiste che “il potere richiede che l’Europa passi dalla confederazione alla federazione”, in un settore decisivo per il “potere” come è la Difesa, gli Stati europei non agiscono neppure da confederati.

E quando i singoli eserciti nazionali saranno stati rafforzati, non credo che come europei potremo stare più tranquilli. In tutta Europa è, infatti, crescente la forza elettorale dei partiti sovranisti, che ottengono voti predicando la difesa degli interessi nazionali e dei confini. Il mondo sta tornando indietro; l’Europa potrebbe seguire.

Luisella Osti

Commenta Tino Bedin

L’Unione Europea è stata ideata, progettata e si è finora costruita come potenza pacifica e pacificatrice: al proprio interno e nei rapporti globali.

Condividere le ragioni di conflitto in modo da superarle insieme è stato lo strumento utilizzato dagli europeisti. Lo si è visto con la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca) contenuta della Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950 e diventata operativa il 3 luglio 1952. Non si è invece realizzato il secondo strumento, la Comunità europea di Difesa (Ced), anch’essa progettata nel 1950, ma bloccata dal Parlamento francese nel 1954.

I Padri fondatori l’avevano prevista

La situazione tra il 1950 e il 1954 in Europa occidentale presentava due urgenze, che non sono proprio dissimili da quelle contemporanee: riarmare la Germania Ovest per fronteggiare la minaccia sovietica; evitare che il riarmo tedesco fosse solo nazionale e potenzialmente rischioso per il resto degli europei. La soluzione proposta allora da Italia e Francia fu la Comunità europea di Difesa: un esercito europeo sovranazionale, con forze integrate e un unico comando.

Il presidente del Consiglio italiano Alcide De Gasperi fu uno dei più convinti sostenitori della Ced. Per lui la difesa comune era l’unico modo realistico per garantire sicurezza senza tornare ai nazionalismi armati; in più, l’integrazione militare avrebbe accelerato l’integrazione politica.

La rapida citazione storica serve a togliere dal dibattito in corso, sia in Europa che in Italia, la questione primaria: se cioè l’Unione Europea possa dotarsi di una Difesa comune. I Padri Fondatori l’avevano prevista e le difficoltà incontrate negli anni Cinquanta servono a dare risposte ad altre questioni del dibattito, come quelle evidenziate dalla lettrice Luisella Osti. In particolare, l’impostazione degasperiana conferma che in questa fase noi europei stiamo perdendo un’occasione di ulteriore integrazione, con l’impostazione “nazionalistica” che prevale nei singoli Stati.

Le preoccupazioni attuali dei cittadini

Eppure, il bisogno di integrazione anche il tema di sicurezza e deterrenza è diffuso tra i cittadini europei.

Ecco, come avevo anticipato nella mia Cartolina, un altro dato dell’ultima rilevazione dell’Eurobarometro.

Ne emerge che la difesa non è più una preoccupazione soltanto dei Paesi nordici e dell’Est. Su questo tema, inparticolare, l’indagine ha rilevato che il 72 per cento degli intervistati ha espresso inquietudine per i conflitti armati in corso. “Forse in passato erano i Paesi nordici o quelli dell’Est a segnalare per primi le preoccupazioni per la sicurezza e la difesa, mentre ora il fenomeno è molto generalizzato”: questo il commento della portavoce del Parlamento europeo Delphine Colard.

Le tensioni geopolitiche influenzano il senso di sicurezza quotidiano degli europei. I cittadini si aspettano che l’Unione europea protegga, sia preparata e agisca insieme. È esattamente questo che un’Europa più forte e più assertiva deve garantire. L’Europa è il nostro scudo più forte”.

Questa valutazione della presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola dovrà ora essere accompagnata da una azione politica proprio del Parlamento dell’Unione perché da questo passaggio storico l’Europa diventi un soggetto politico più potente per se stessa e per il pianeta. Il governo dei conflitti è più sicuro di ogni riarmo.

In copertina

Protetti sotto la bandiera dell’Europa. La foto è dalla pagina del Gruppo regionale toscano del Partito Democratico.

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