La valutazione di impatto generazionale per tenerci i bambini

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Continueranno ad essere pochi e ancora a lungo.
Il dato demografico è da tempo una questione politica strutturale.

“Se non c’è vita nascente, c’è solo vita senescente e non c’è futuro”, ha compiutamente sintetizzato il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei.
All’inizio del nuovo anno per l’Italia diventa sempre meno utilizzabile l’iconografia del bambino in fasce (il 2023) che saluta il vecchio acciaccato (il 2022): i vecchi restano (per lo più in buona salute) e i bambini non arrivano. Le statistiche di fine anno (ancora non definitive, ovviamente) segnalano che l’inverno demografico italiano è sempre più rigido.

Non basterà il solo sostegno alla genitorialità
Certifica l’Istat: “Nel 2021 le nascite della popolazione residente sono 400.249, circa 4.500 in meno rispetto al 2020 (-1,1%). Anche nel 2021 c’è un nuovo superamento, al ribasso, del record di denatalità. (…) La denatalità sembra destinata a proseguire nel 2022. Secondo i dati provvisori riferiti al periodo gennaio-settembre, le nascite sono diminuite di 6 mila unità rispetto allo stesso periodo del 2021, poco più della metà di quanto osservato nei mesi gennaio-settembre del 2021 nel confronto con gli stressi nove mesi del 2020 allorché i concepimenti si sono significativamente ridotti a causa degli effetti delle ondate pandemiche”.
La pandemia non incide più di tanto. È dalla seconda metà degli anni Settanta che in Italia la fecondità sta sotto quello che i demografi chiamano “il livello di sostituzione”, cioè il dato medio di 2,1 figli per donna che garantisce il ricambio generazionale. Dopo mezzo secolo, non è più garantito neppure il “ricambio riproduttivo”, perché sono sempre meno le donne italiane in età feconda: “Da un lato, le cosiddette baby-boomers (ovvero le donne nate tra la seconda metà degli anni Sessanta e la prima metà dei Settanta) sono quasi del tutto uscite dalla fase riproduttiva; dall’altro, le generazioni più giovani sono sempre meno consistenti”. È la descrizione fatta dall’Istat.
Anche il 2023 inizia, quindi, con la certezza che in Italia i bambini continueranno ad essere pochi ancora lungo. Così a lungo e così pochi da afflosciare sempre più le speranze di futuro. Il dato statistico diventa dunque una questione politica strutturale.
Quel poco di dibattito e di iniziativa pubblica che ci sono stati sull’argomento hanno riguardato finora il sostegno alla natalità. La più significativa manifestazione in proposito si chiama proprio “Stati Generali della Natalità”. È indubbio che la creazione di condizioni e di motivazioni per la genitorialità è decisiva per fermare la “glaciazione demografica” in Italia ed avviare, con il disgelo, le condizioni della primavera. Si tratta di politiche a lungo termine; nel medio periodo consentiranno “solo” di bilanciare le conseguenze dell’attuale struttura demografica.
Nel medio e breve periodo altrettanto decisive risulteranno le politiche destinate ai bambini e ai ragazzi che già ci sono nella società italiana. La loro “scarsità” richiede che – come si fa per le risorse ambientali – si introduca una valutazione di impatto generazionale di ogni politica pubblica o comunque con conseguenze collettive. Accenno, come esempio, ad alcune politiche della formazione

Le conseguenze sull’organizzazione scolastica
La valutazione di impatto generazionale va immediatamente applicata al dimensionamento dell’organizzazione scolastica. Attualmente si dà per scontato che alla diminuzione del numero di alunni debba corrispondere una riduzione dell’offerta del servizio. Il ridimensionamento dell’organizzazione scolastica nei piccoli centri, nei territori isolati e di montagna è considerato inevitabile ed in molti luoghi è già operativo. La valutazione è esclusivamente di carattere economico.
L’impatto generazionale è invece pesante: si rende più disagevole agli studenti la loro formazione (oltre che l’esercizio di un diritto costituzionale) e più complessa (sul piano economico ed organizzativo) la vita dei genitori, cioè proprio di coloro che con le politiche per la natalità si dovrebbe sostenere nella scelta di allargare la famiglia.
Lo “slegamento territoriale” fin da piccoli alimenterà ulteriormente nei giovani la naturale spinta ad una individuale ricerca del “proprio posto”. I dati crescenti dell’espatrio dall’Italia di decine di migliaia di giovani ogni anno sono già eloquenti e per il futuro, prevede il demografo Alessandro Rosina, “i pochi giovani che avremo se ne andranno all’estero scappando da un Paese che oltre al debito pubblico li carica di squilibri demografici con ricadute su Pil, welfare, sistema sanitario”.
Una adeguata valutazione di impatto generazionale delle politiche scolastiche consentirebbe, dunque, una più veritiera valutazione economica delle politiche stesse, misurate non sulla “contingenza” organizzativa ma sul valore del “prodotto”. Contrariamente ai tagli ritenuti inevitabili, spingerebbe ad un contrasto efficace contro ogni dispersione scolastica, proprio in considerazione della scarsità di risorse umane di cui si disporrà per alcuni decenni. Consentirebbe di individuare nei servizi per l’infanzia non solo un supporto (indispensabile) alla genitorialità, ma anche uno strumento di socializzazione precoce per i bambini che faciliterebbe il percorso scolastico tradizionale.

Il senso del voto ai sedicenni
Le politiche per la formazione non sono ovviamente le uniche che vanno sottoposte alla valutazione di impatto generazionale. Bastano però per evidenziarne l’importanza.
Sarà possibile arrivarci? Più precisamente: ci sarà il consenso sociale necessario per prendere questo orientamento? Stefano Molina, esperto di rapporti tra popolazione e società, ne dubita: “In sistemi democratici mutamenti strutturali dell’elettorato possono condizionare i processi decisionali: l’invecchiamento dell’elettore mediano favorisce l’adozione di politiche sensibili alle preferenze di una platea che si presume non particolarmente incline all’innovazione. Già negli ultimi anni, ad esempio, non c’è stata partita tra la dinamica della spesa sanitaria e pensionistica, da un lato, e quella per l’istruzione dall’altro”.
C’era anche questa valutazione di impatto generazionale sulla democrazia nella proposta di Enrico Letta, a nome del Partito Democratico, di dare il voto ai sedicenni.

1 gennaio 2023