Borraccetti a Cadoneghe: votare NO al referendum

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Uno degli appuntamenti partecipati dal PD
in vista del voto del 22 e 23 marzo

Le idee dello storico Alessandro Barbero
“censurate” da Facebook

Il Partito Democratico padovano è fra i promotori di un una serie di incontri con gli elettori della provincia di Padova per illustrare la natura del referendum costituzionale del mese prossimo e per motivare il voto negativo.

All’auditorium “Ezechiele Ramin” di Cadoneghe (via Rigotti 2) martedì 10 febbraio alle 21 si tiene il secondo di questi appuntamenti. Interlocutore è il giudice Vittorio Borraccetti, che ha svolto il proprio incarico sia a Padova sia a Venezia ed è esperto del Consiglio superiore della Magistratura.

All’iniziativa di Cadoneghe danno il loro contributo, insieme al Circolo del Partito Democratico, i gruppi locali Anpi, Associazione Alberto Cassol, Unione Donne in Italia, sindacato Spi-Cgil, Movimento CinqueStelle, Rifondazione, Coalizione civica per Cadoneghe.  A nome di associazioni e partiti, coordina Antonio Giacobbi.

Gli incontri in provincia di Padova

Scrivono in un messaggio agli iscritti al PD la segretaria provinciale Sabrina Doni e il segretario di Padova Franco Corti: “in queste settimane siamo impegnati in tutti i territori a promuovere le ragioni del NO al Referendum del 22 e 23 marzo sulla Legge Nordio. Vi invitiamo a partecipare a queste prime iniziative e vi chiediamo di aiutarci a diffondere questo invito.
 

Venerdì 6 febbraio ore 20.45 a Mestrino in Piazza IV Novembre 30

Martedì 10 febbraio ore 20.45 a Cadoneghe in Via Rigotti 2

Mercoledì 11 febbraio ore 20.45 a Piove di Sacco in Via Ortazzi 9

Giovedì 19 febbraio ore 20.45 a Villanova in Piazza Mariutto 10

Venerdì 20 febbraio ore 20.45 a Baone in Piazza XXV Aprile

Lunedì 23 febbraio ore 20.45 a Padova in Via Guizza 205

Giustizia, Costituzione e democrazia

Lo slogan dell’appuntamento di martedì 10 febbraio a Cadoneghe è “Vota NO x Giustizia, Costituzione e Democrazia”.

Proprio su questi temi si sofferma in un video per Facebook del 18 gennaio Alessandro Barbero è uno degli storici italiani più noti e apprezzati.

Riporto il testo (con una mia titolazione e sottotitolazione) della dichiarazione video di Alessandro Barbero.

Alessandro Barbero: Per questo voterò NO

Ci ho messo un po’ a decidere di intervenire sul Referendum perché è diventato terreno di scontro politico e io sono uno storico e un uomo di sinistra, per cui è evidente a tutti che voterò No; che bisogno ci sarebbe di dirlo.

Ma, studiando da vicino la questione, una cosa che mi è venuta voglia di dire ed è questa.

La separazione delle carriere non c’entra

Intanto che il referendum non è sulla separazione delle carriere fra pubblici ministeri e giudici. La separazione di fatto c’è già.

Già adesso il magistrato che prende servizio decide in quale dei due ruoli lavorare e può cambiare una sola volta nella vita, e pochissimi lo fanno.

La verità è che al centro della riforma c’è la distruzione del Consiglio Superiore della Magistratura così come era stato voluto dall’Assemblea Costituente.

Prima della Costituzione era il governo a giudicare i giudici

E allora spieghiamoci. Il CSM – si abbrevia così – il Consiglio Superiore della Magistratura è l’organo di autogoverno dei magistrati, con funzioni anche disciplinari. Cioè fa qualcosa che prima, sotto il regime fascista, faceva il ministro della giustizia.

Era il ministro, cioè il governo, cioè la politica, che sorvegliava la magistratura e che nel caso la sanzionava.

I padri costituenti vedevano benissimo che la separazione dei poteri è una garanzia indispensabile di democrazia, che il cittadino non è sicuro se si trova davanti inquirenti e giudici che prendono ordini dal governo e che possono essere puniti dal governo.

Per questo la Costituzione prevede che il CSM sia composto per due terzi da magistrati ordinari, eletti dai colleghi, e per un terzo da professori di giurisprudenza e avvocati di grande esperienza, i cosiddetti membri laici, eletti dal Parlamento.

Il CSM è la garanzia che la magistratura sarà sì in contatto col potere politico, ascolterà le ragioni del governo, ma sarà libera nelle sue scelte. Non dovrà obbedire agli ordini.

Tirare a sorte per indebolire

La riforma cosa fa? Proprio questo: indebolisce il Consiglio Superiore della Magistratura, intanto perché prevede che sia sdoppiato: uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. E che al di sopra del CSM ci sia un altro organo disciplinare, separato, anch’esso composto da rappresentanti dei magistrati e da membri di nomina politica.

Ma soprattutto la riforma prevede che in tutti questi organi i membri togati, come si dice, cioè quelli che rappresentano i magistrati, e che finora erano eletti dai colleghi, ebbene, la riforma prevede che siano tirati a sorte.

La giustificazione di questa misura pazzesca che non si usa in nessun organo di grande responsabilità, è che la magistratura è politicizzata e che quando vota la magistratura elegge i rappresentanti delle sue diverse correnti. E questo si vorrebbe evitarlo.

La politica potrà dare ordini ai magistrati

A me però, a me, a molti, sembra che un CSM, anzi due, anzi tre organismi, dove i membri magistrati sono tirati a sorte, mentre il governo continua a scegliere quelli che nomina lui, mi sembra che questi organismi saranno per forza di cose organismi dove il peso della componente politica sarà molto superiore. Dove di fatto il governo potrà di nuovo, come in uno stato autoritario, dare ordini ai magistrati e minacciarli di sanzioni.

Per questo voterò no.

E alla fine ho deciso che poteva aver senso che provassi a spiegare pubblicamente le ragioni per cui lo farò.

Interrogativi sul rispetto del pluralismo

Meta però limita su Facebook la diffusione del video di Barbero sulle sue ragioni del No alla riforma della Giustizia, perché considerato fuorviante e virale. Ma il fact-checking della piattaforma social diventa un caso e arriva in Parlamento. A lanciare, a Palazzo Madama, Sulla “vicenda che solleva gravi interrogativi sul rispetto del pluralismo informativo e della libertà di espressione”, con un’interrogazione alla presidente Giorgia Meloni, sono intervenuti con i senatori Francesco Boccia e Antonio Nicita, rispettivamente presidente e vicepresidente del gruppo Pd al Senato, la presidente dei deputati dem, Chiara Braga, e la responsabile Giustizia, Debora Serracchiani, le quali chiedono di chiarire una

“La limitazione della diffusione del contenuto è avvenuta a seguito di un intervento di fact-checking effettuato da Open, che ha etichettato il video come ‘falso’ o ‘fuorviante’, determinando una penalizzazione algoritmica proprio mentre il contenuto stava circolando ampiamente nel dibattito pubblico. Qui non è in discussione l’esistenza del fact-checking in quanto tale. Il punto politico e democratico è un altro: chi decide, con quali criteri e con quali effetti, quando un contenuto di natura politico-istituzionale debba essere declassato e reso di fatto meno visibile nello spazio pubblico digitale”.

Nell’interrogazione si chiede al governo “se ritenga accettabile che, durante una campagna referendaria, una piattaforma privata possa incidere in modo così rilevante sulla circolazione di un’opinione politica; se intenda verificare il rispetto degli obblighi di trasparenza, proporzionalità e motivazione previsti dalla normativa europea sui servizi digitali; quali iniziative concrete voglia assumere per impedire che lo spazio pubblico digitale sia regolato unilateralmente da algoritmi e decisioni opache”.

In copertina

La locandina dell’iniziativa del 10 febbraio a Cadoneghe.

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