• Anche a Cerea le telecamere sono state utili
solo dopo che alcune persone avevano guardato, ascoltato, compreso e avuto il coraggio di denunciare •

• Ogni parola è pesante quando si aggiunge
alla difficoltà di vivere delle persone
non autosufficienti per età e dei loro familiari •
• Padova, 4 agosto 2026 •
Chi maltratta una persona anziana, fragile o con disabilità tradisce la propria professione, la fiducia degli ospiti e delle loro famiglie e i valori fondamentali sui quali deve fondarsi ogni attività di assistenza.
Dopo fatti come quelli di Cerea, chiedere l’installazione delle telecamere è una risposta immediata, rassicurante e capace di raccogliere facilmente il consenso dell’opinione pubblica.
Non hanno sostituito la vigilanza umana: l’hanno supportata
Non intendo affermare che le telecamere siano inutili. Al contrario, possono rappresentare un importante strumento investigativo, documentare i fatti, consentire l’individuazione delle responsabilità e tutelare anche gli operatori onesti da accuse infondate.
Ma una cosa è utilizzare le riprese nell’ambito di un’indaginedisposta dall’autorità giudiziaria, avviata a seguito di segnalazioni circostanziate; altra cosa è trasformare la sorveglianza permanente e generalizzata nella principale risposta politica al problema dei possibili maltrattamenti.
Nel caso di Cerea, come in altre vicende, le telecamere nascoste installate dalle forze dell’ordine sono state determinanti per documentare le condotte contestate.
Ma l’indagine di Cerea non è nata da una telecamera. È nata dalla segnalazione dei vertici dell’Ente alle autorità, che ha colto le preoccupazioni manifestate dai colleghi e dai familiari. Le telecamere sono così intervenute puntualmente dopo che alcune persone avevano guardato, ascoltato, compreso e avuto il coraggio di denunciare. Non hanno sostituito la vigilanza umana: l’hanno supportata.
La differenza tra inseguire gli effetti e affrontarne le cause
Il primo presidio contro i maltrattamenti non è quindi una telecamera. Sono i colleghi e familiari che segnalano, i dirigenti capaci di cogliere i segnali di disagio e le organizzazioni che non proteggono la propria immagine a scapito della sicurezza degli ospiti.
Per questo considero profondamente sbagliato affidare alle telecamere il compito che dovrebbe appartenere alla cultura professionale, alla formazione, alla responsabilità organizzativa e alla capacità delle Direzioni di intercettare precocemente situazioni di violenza.
Le telecamere possono documentare un reato. La cultura della cura può sicuramente prevenire. Ed è questa la differenza tra inseguire gli effetti e affrontarne le cause.
In ogni abitazione nella quale vive una persona anziana?
In questi stessi giorni altri due episodi di cronaca hanno coinvolto persone anziane all’interno delle loro abitazioni.
Nella stessa Verona un figlio ha confessato di avere ucciso la madre ottantottenne, affetta da Alzheimer. A Chioggia una donna è stata arrestata in esecuzione di una condanna definitiva per maltrattamenti e lesioni ai danni degli anziani genitori, protratti, secondo quanto riportato, per diversi anni.
E allora seguendo questa logica dovremmo installare una telecamera in ogni abitazione nella quale vive una persona anziana?
Evidentemente no.
Segnali di rischio non ascoltati o affrontati in tempo
La violenza non nasce perché esistono le case di riposo, così come non nasce perché esistono gli asili nido, le scuole dell’infanzia, le comunità per persone con disabilità o le abitazioni private.
Nasce dalle persone che la esercitano e dalle situazioni nelle quali i segnali di rischio non vengono colti, ascoltati o affrontati in tempo.
La tragedia della madre malata di Alzheimer uccisa dal figlio questa sì impone alla politica una riflessione sulla solitudine delle famiglie e sulla capacità della rete pubblica di prendere in carico contemporaneamente la persona non autosufficiente e il familiare fragile che la assiste.
Non sappiamo se quella famiglia avesse chiesto un intervento residenziale o altri servizi e sarebbe scorretto affermarlo. Sappiamo però che in Veneto oltre diecimila sono le famiglie che attendono una risposta residenziale e che altre decine di migliaia di famiglie affrontano, spesso quasi da sole, le conseguenze della non autosufficienza in particolare quando si presenta con gravi condizioni di demenza.
Richiamare questa realtà non significa giustificare un omicidio. Significa domandarsi e domandare alle Istituzioni cosa intendono fare prima che il disagio, l’isolamento e la fragilità degenerino in una tragedia.
Sotto sospetto un’intera categoria di lavoratori onesti
Questa è la quotidianità delle nostre strutture: milioni di gesti di cura, pazienza, tenerezza e rispetto che non finiranno mai in prima pagina e noi a queste persone dovremmo dirgli di lavorare sotto controllo di una telecamera perché non ci fidiamo di loro!
E questo perché è sufficiente il vile comportamento criminale di una sola persona perché migliaia di lavoratrici e lavoratori onesti vengano improvvisamente guardati con sospetto.
Installare indiscriminatamente telecamere nei luoghi più intimi dell’assistenza comunica proprio questo: che ogni lavoratore di una casa di riposo debba essere considerato un potenziale maltrattante.
La sicurezza degli anziani non si costruisce mettendo sotto sospetto o sotto una telecamera un’intera categoria di lavoratori onesti.
Roberto Volpe
presidente Uripa
Commenta Tino Bedin
La lettera di Roberto Volpe è indirizzata a Matteo Pressi, consigliere regionale veneto della Lega. È una lunga riflessione, che il presidente dell’Unione regionale delle istituzioni di assistenza agli anziani (Uripa) propone al consigliere leghista , dopo “le Sue dichiarazioni sulla stampa di sabato 1 agosto, successive ai gravissimi fatti contestati a un operatore socio sanitario della Casa De Battisti di Cerea e non posso negare di essere rimasto colpito da questo virgolettato Da molti anni si dice che sarebbe giusto controllare i luoghi nei quali vivono le persone più deboli. La Regione ha scelto di passare dalle parole ai fatti”, spiega lo stesso Volpe.
La riflessione è totalmente condivisibile.
È frutto di esperienza e conoscenza. È motivata da una partecipazione non solo professionale, ma esistenziale alla vita nelle istituzioni per gli anziani non autosufficienti per età.
Fino a diventare familiari
Lo si coglie da questo passaggio della lettera di Roberto Volpe a Pressi.
Non so se Lei abbia mai visto un Operatore Socio Sanitario sedersi accanto a un anziano che sta morendo e stringergli la mano fino all’ultimo respiro perché nessun familiare è riuscito ad arrivare in tempo o perché quell’anziano non ha più nessuno.
Io sì.
Non so se abbia mai visto una OSS o un’infermiera arrivare per il turno del mattino, apprendere che durante la notte è morta la “signora Maria” e scoppiare a piangere come se avesse perduto una persona della propria famiglia.
Io sì.
Forse non sa quanti OSS, infermieri, fisioterapisti e educatori partecipino spontaneamente ai funerali degli ospiti che hanno assistito per mesi o per anni.
Io li ho visti.
Anch’io posso dire: “Io sì”; anch’io posso dire: “Io li ho visti”.
Il peso delle parole di chi fa politica
È un peccato che non tutti coloro che hanno funzioni politiche e quindi rappresentative della nostra comunità si si astengano dal dare valutazioni e soluzioni in settori nei quali più di altri ogni parola è “pesante”, nel nostro caso le persone non autosufficienti per età e i loro familiari.
Ogni parola è pesante perché si aggiunge alla difficoltà di vivere dei protagonisti reali; è pesante perché “giudica” – apparentemente con titolo pubblico – le persone che ogni giorno condividono quella difficoltà di vivere e ne fanno la loro stessa vita.
Il testo
La lettera di Roberto Volpe a Matteo Pressi è stata condivisa da Uripa con responsabili ed esperti di assistenza alle persone disabiliti per età e con le istituzioni regionali competenti in materia.
L’estratto della lettera e la titolazione sono della redazione di Euganeo.it
In copertina
L’appuntamento di luglio del progetto Biblioteca Diffusa organizzato mensilmente nell’istituto per anziani Casa De Battisti di Cerea (Verona) con la collaborazione della Biblioteca comunale “Bruno Bresciani” di Cerea. Tra letture ad alta voce, sorrisi e ricordi, ogni ospite ha poi scelto il libro che lo accompagnerà nei giorni successivi.
Ultimo aggiornamento
Mercoledì, 5 agosto 2026