Salario minimo: intanto ci provano Regioni e Comuni

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La Corte costituzionale dichiara illegittima
una legge della Regione Toscana:
ancora più urgente una norma nazionale

Il fondamento giuridico per il salario minimo
è nella Costituzione, ma anche in sentenze europee
e nella legislazione nazionale

Potenza, 2 maggio 2026

Caro Bedin,

proprio alla vigilia della Festa del 1° Maggio, la Corte costituzionale ha depositato la sentenza, che sulla base di aspetti formali ha dichiarato l’illegittimità della legge della Regione Toscana sul salario minimo negli appalti pubblici. L’articolo 1 della legge della Regione Toscana numero 30 del 2025 prevedeva l’introduzione nei bandi di gara della Regione e dei suoi enti strumentali di un criterio premiale per le imprese a condizione che applichino ai loro dipendenti un trattamento economico minimo orario non inferiore a nove euro lordi.

La disposizione era stata impugnata davanti alla Consulta dalla presidente del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni.

Serve una risposta strutturale

Sul salario minimo negli appalti pubblici la Regione Toscana aveva compiuto una scelta importante e di civiltà, a tutela dei lavoratori, anche sulla scia di altre iniziative di Regioni e Comuni su un tema che era e resta centrale per il Paese.

È doveroso prendere atto della sentenza della Corte costituzionale, ma questo non cambia la sostanza: il tema del lavoro adeguatamente retribuito resta urgente e va affrontato. Anzi, la decisione della Consulta rende ancora più evidente la necessità di un intervento nazionale. In questi anni il Governo Meloni non ha voluto approvare una legge sul salario minimo ma adesso serve una risposta strutturale a partire dagli appalti pubblici.nte qualcosa che si possa offrire, soprattutto in un contesto formale, quale è una trattativa diplomatica.

Afra Laguardia

Commenta Tino Bedin

In effetti, come specifica la stessa Consulta nel comunicato ufficiale, la sentenza non riguarda il tema del salario minimo. Per la Corte costituzionale la legge della Toscana “viola la competenza legislativa esclusiva statale in materia di tutela della concorrenza, di cui all’articolo 117, comma 2, lettera e), della Costituzione”. E aggiunge: “Il criterio premiale introdotto dalla Regione Toscana, in quanto idoneo a produrre effetti diretti sull’esito delle gare e, indirettamente, sulla scelta degli operatori economici di parteciparvi, (…) incide sulla concorrenzialità del mercato”.

Dunque, non è il principio del salario minimo negli appalti pubblici che la Consulta ritiene illegittimo, ma solo la sua applicazione nella legislazione della Toscana.

La soluzione della Puglia

Effettivamente, già nel 2024 la Puglia ha introdotto per legge il salario minimo di 9 euro all’ora negli appalti regionali. Anche in quella occasione il governo Meloni aveva impugnato la norma, ma la Corte costituzionale (sentenza 188/2025) l’ha conferma: la Regione non ha creato un salario minimo generale, ha solo regolato i propri contratti. È oggi un modello costituzionalmente solido.

Anche la Campania nel 2025 ha introdotto clausole sociali negli appalti, senza usare l’espressione “salario minimo”. Formulato con attenzione, la norma resta in vigore.

Proprio nell’edizione del 1° maggio il quotidiano Avvenire riferisce: “Un salario minimo per contrastare lo sfruttamento negli appalti pubblici, in particolare nei settori dei servizi e dell’edilizia. Sono una trentina i Comuni che hanno deciso di introdurre una soglia di ingresso alle retribuzioni orarie: quei famosi 9 euro che costituivano la linea Maginot individuata dai promotori dell’introduzione a livello nazionale, bocciata dal governo Meloni due anni fa”.

Le basi giuridiche

Avvenire segnala che si tratta di norme che hanno un solido fondamento giuridico.

“Il riferimento giuridico del salario minimo è l’articolo 36 della Costituzione che stabilisce il diritto ad «una retribuzione sufficiente ad assicurare a sé e alla propria famiglia un’esistenza libera e dignitosa. Due sentenze della Cassazione del 2023 hanno stabilito che l’applicazione del contratto collettivo non è garanzia sufficiente a garantire un salario dignitoso ma vadano inseriti altri parametri”.

Lo stesso Codice dei contratti pubblici (D. Lgs. 36/2023), richiamato dalla Corte costituzionale, permette di inserire nei bandi criteri sociali: rispetto dei CCNL più rappresentativi, qualità del lavoro, parità di genere, inserimento di persone fragili. E, appunto, retribuzioni minime.

Da tempo, infine, per la Corte di Giustizia dell’Unione Europea (caso RegioPost, sentenza del 17 novembre 2015): le stazioni appaltanti possono imporre un salario minimo negli appalti, se la clausola è chiara e non discriminatoria.

Strumento di sperimentazione

Il salario minimo locale o regionale per gli appalti pubblici non sostituisce la necessità di una legge nazionale, ma può diventare un laboratorio diffuso di politiche per il lavoro dignitoso. Comuni e Regioni stanno usando gli strumenti che hanno – gli appalti – per alzare l’asticella della qualità del lavoro. E anche per formare una più diffusa consapevolezza tra i cittadini.

In copertina

La raccolta firme sul salario minimo organizzata tre anni dal Partito Democratico anche a Padova. La maggioranza parlamentare di destra lo ha bocciato.

Ultimo aggiornamento

Martedì, 19 maggio 2026

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